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Nella ricorrenza della
celebrazione del V° centenario della morte di S.
Francesco di Paola mi è sembrata cosa doverosa,
per la venerazione che la comunità nicoterese ha
per figlio più eletto della Calabria, vergare il
presente scritto nell’intento di ricostruire
fatti ed avvenimenti che si sono verificati nel
tempo e che riscoprono il vincolo che lega la
città al Santo Paolano e le radici francescane
che hanno modellato la nostra identità culturale
e religiosa. Dagli atti riscontrati si desume
che Nicotera, ab antico, è luogo francescano per
eccellenza. Dal vortice dei secoli lo scrigno
della storia parla di un frate che, durante una
breve sosta a Nicotera avvenuta probabilmente
tra il due ed il tre aprile dell’anno 1464
(epoca del suo transito verso la vicina
Sicilia), attratto dal paesaggio magico, indicò
l’attuale sito per un erigendo convento
francescano.[1] L’abate, canonico don Antonio
Rocca (sec.XVI) fece propria l’indicazione del
Santo e con regolare rogito (1535) destinò la
somma di ottantamila ducati del suo patrimonio
per la costruzione in Nicotera di due conventi:
il monastero di San Francesco di Paola [2]ed il
Convento della SS. Annunziata. Il monastero di
S. Francesco di Paola venne eretto verso la fine
del secolo XVI (1588-1593), sotto l’episcopato
di mons. Capace, il quale ne assegnò la gestione
all’Ordine dei Padri Paolotti; quello della SS.
Annunziata, stesso secolo (1593-1596), fu
affidato ai Padri Domenicani, e fu costruito sul
sito ove attualmente sorge il complesso della
Chiesa del SS. Rosario e del Palazzo di
città[3]. Sin da quella data la venerazione
verso il grande taumaturgo calabrese non venne
mai meno. Nel Sinodo del 7 ottobre 1687, mons.
Aricò istituì le feste della Presentazione
(ossia della Madonna della Scala) e di S.
Francesco di Paola, tanta era la devozione verso
il santo calabrese. Il monastero venne
ingrandito e reso magnifico dai frati nel 1708,
i quali vollero onorare la memoria del
fondatore, scolpendo sull’arco della porta della
chiesa: “D. Anton. Rocc. U.J.D. conventum, atq
hanc ecclesiam fundavit, dicavitq. S. Francisco
de Paula eius devozione F.T.A.C. ff. A.D.1718”
[4] Nicotera fu anche sede del processo per
l’accertamento dell’autenticità del cilicio del
Santo (25.5.1743) che fu celebrato sotto
l’episcopato di mons. Entreri, le cui spoglie
riposano dietro l’altare maggiore della nostra
cattedrale. (Così dagli atti custoditi presso
l’archivio storico diocesano nicoterese).
L’immenso edificio, a forma di quadrilatero con
al centro il chiostro e la cisterna, che nel
corso del primo cinquantennio della dimora dei
frati aveva subito diverse irruzioni da parte
della malavita locale[5], fu devastato dai
disastrosi terremoti del 1638 e 1783 che
svisarono la Calabria e rasero al suolo tanti
paesi, lasciando nell’animo degli scampati
paura, desolazione ed inconsolabile dolore. La
staticità dell’edificio divenne insicura
rendendo precario lo stesso uso abitativo. I
Paolotti furono costretti a costruire nell’ampio
spazio antistante alcune baracche di legno,
nelle quali dimorarono fino all’anno 1790. Essi
lasciarono, definitivamente, il sacro luogo nel
1809, a seguito del decreto di confisca dei beni
ecclesiastici emanato dal re Gioacchino Murat il
23 novembre 1808. Il pensiero costante dei
fedeli fu rivolto alla ricostruzione dell’antico
complesso nel rispetto dell’architettura antica;
talché per opera del nostro benemerito
concittadino don Francesco Scardamaglia si diede
inizio ai lavori per la ricostruzione della
Chiesa che venne aperta al culto in data
15.3.1913, durante l’episcopato di mons. Leo
[6]. Negli anni che seguirono e fino al 1950,
egli , coadiuvato da don Micuccio Bandiera,
espletò il mandato di procuratore della chiesa,
conferitogli da S.E. mons. Felice Cribellati.
Amministrò con saggezza ed immutata rettitudine
sia nell’opera di recupero dei fondi per il
mantenimento della chiesa che per la sempre
sognata ricostruzione del convento, sorretto
come fu da tanta fede nella Divina Provvidenza e
nella protezione del Santo. Distribuì a tutte le
famiglie nicoteresi, ai negozianti a posto fisso
e a quanti devoti provenivano ogni anno dai
paesi viciniori, un piccolo salvadanaio di creta
(‘u carusu), opera dei maestri vasai di Badia,
allo scopo di raccogliere le piccole offerte per
l’opera agognata. I salvadanai venivano
riportati nel periodo della festa che
puntualmente ricorreva e ricorre la prima
domenica di maggio. All’ingresso della chiesa,
sul lato destro dell’entrata, egli ed i suoi
collaboratori, facendo economia fino all’osso,
praticavano, con un piccolo martello e con la
dovuta accuratezza, un foro nella base del
salvadanaio, attraverso cui si estraevano le
monete. Le somme ricavate venivano
scrupolosamente annotate su un registro. Infine,
otturato il foro con un pò di gesso, il
salvadanaio veniva riconsegnato unitamente ad
un’ immagine del santo. E così di anno in anno,
e per lungo tempo. Don Francesco Scardamaglia,
nonostante il peso degli anni, continuò
imperterrito il suo lavoro ed interessò in nome
del Santo anche le comunità nicoteresi
all’estero per avere il loro obolo. Nessuno gli
negò il proprio contributo. Le somme ricavate
venivano annualmente investite in Buoni
fruttiferi. Raccolta una congrua somma, nel
maggio dell’anno 1947, ancora nel periodo nero
del dopoguerra, in occasione della festa, ebbe
luogo la cerimonia della posa della prima
pietra, tra l’entusiasmo alle stelle degli
astanti . Da quella data, non venne meno
l’impegno e la solidarietà di tutti. Gli operai,
nonostante le disagiate condizioni economiche,
lasciavano la paga di qualche giornata
lavorativa o lavoravano qualche ora in più; i
trasportatori, i carristi agricoli, gli asinai
praticavano costi ridotti; i vari fornitori, in
omaggio al Santo, di cui assieme alla
venerazione si aveva un po’ di timore, non
gravavano la mano anzi si spendevano in opere di
bene. Giorno dopo giorno, aneddoto dopo
aneddoto, il completamento del Convento avvenne
nei primi mesi dell’anno 1950. La prima domenica
di maggio vennero benedetti i locali e
consegnati ai Padri Cappuccini. Certamente
quella famosa sera, don Ciccio Scardamaglia,
ringraziando il Signore, si sarà sentito il
cuore in pace e lo spirito tranquillo. La sera
dell’inaugurazione due famosi oratori parlarono
ad una innumerevole folla convenuta nell’ampio
piazzale antistante la chiesa: S. E. Vescovo
mons. Cribellati e padre Alfonso, provinciale
dei Cappuccini. Quest’ultimo nel ringraziare il
popolo nicoterese ed il Clero, così si espresse:
”…cercheremo di essere degni della vostra
concessione, altrimenti prendete pure le pietre
e tiratecele addosso. “ La convenzione metteva
il risalto che la Curia concedeva i locali di
cui sopra, affinché la città potesse beneficiare
dell’opera religiosa dei PP. Cappuccini . Il
convento sotto l’opera dei Cappuccini si
sviluppò sempre di più; infatti vennero
ricostruite le altre ali e ripristinato il
quadrilatero (anno 1955) con in mezzo il
chiostro e l’antica cisterna, l’unica rimasta
illesa dai sisma . Quella chiesa romita si
popolò di giovani sacerdoti e di molti novizi.
Divenne un punto di richiamo per il rinnovamento
della fede. Si costituì il terzo ordine
francescano maschile e femminile; si tennero
dibattiti e conferenze; si accolsero i ragazzi
del paese facendoli partecipare a tornei di
calcio, a gare di atletica leggera, a recite ed
a riffe di beneficenza. Le funzioni religiose,
in modo particolare quelle natalizie, che si
celebravano prima dell’alba, ci buttavano dal
letto per il richiamo della pastorale suonata
con l’ocarina. Venne anche istituto l’Ordine
francescano sia maschile che femminile. Il primo
presidente dell’ordine francescano fu il preside
Prenestini prof. Vincenzo, la presidente donna
Concettina Mamone Caparrotti. A don Francesco
Scardamaglia venne conferita una rara
onorificenza da parte dei PP. Cappuccini. Nella
pergamena si legge: Pax et bonum Al sig.
Francesco Scardamaglia che con indefesso lavoro
di cinquant’anni preparò la dimora, a Nicotera,
ai Frati Cappuccini, in segno di riconoscenza,
col presente atto lo affiliamo all’Ordine
Cappuccino rendendolo partecipe di tutti i
meriti spirituali che, con preghiere, penitenze
e opere di bene, in detto Ordine si guadagnano.
Convento dei Cappuccini di Nicotera Festa di San
Francesco, addì 22. Aprile.1951 padre Alfonso
Maria da Samo Commissario provinciale ofnic
Il Convento, dopo tanto
splendore, chiuse i suoi battenti nell’anno
1982. Dal 1985 al 1990, la chiesa rischiò di
essere chiusa al culto: vi rimase un solo frate,
padre Andrea Rosucci ed il compianto laico
cappuccino Fra Donato. Fra Donato lasciò un buon
ricordo di sé. Da fratello questuante percorse “
a piedi ed a cavallo” molte strade di Calabria.
Uomo pio ed infaticabile, con la bisaccia sulle
spalle e il bussolotto nelle mani, andava da
paese a paese per chiedere la carità. Una figura
familiare ed indimenticabile che sapeva
ascoltare, spendere parole di sollievo ed anche
pregare per i bisognosi. A lui si devono il
completamento del Convento, i lavori di
abbellimento della chiesa, realizzati dal 1954
in poi: l’altare centrale in marmo, gli altari
in legno delle fiancate laterali[7], il nuovo
impianto della luce elettrica, lo zoccolo
perimetrale in marmo pregiato[8], i due grandi
quadri che raffigurano le anime del
purgatorio[9] , la Madonna Immacolata con la
relativa cappella [10], e la statua della
Vergine Immacolata poggiata su una stele
marmorea, opera dell’artigiano Gaglianò Antonio,
posta in vista della città e del mare, che fu
benedetta dal Vescovo mons. A. Saba il
26.12.1954. Opera preziosa va anche ritenuta
l’istituzione del Museo Francescano con la
raccolta di oggetti antichi della civiltà
contadina ed artigiana, rinvenuti ovunque.
Attualmente il patrimonio museale si trova
presso il Museo Diocesano di Arte Sacra della
nostra città e alcuni reperti anche presso il
Centro della civiltà contadina del Poro.
Nell’anno 1990, padre Andrea Rosucci venne
trasferito e la chiesa rimase senza sacerdote,
rischiando di rimanere chiusa al culto. L’opera
indefessa del benemerito preside prof. Francesco
Garoffolo, le varie petizioni dei cittadini
nicoteresi, le fervide preghiere dei fedeli
servirono ad evitare il peggio. Il Vescovo mons.
Cortese ed il padre provinciale dell’epoca
nominarono custode della chiesa e del convento
il sig. Susco Giuseppe, già cav. dell’Ordine di
san Silvestro e Tesoriere del Consiglio
economico della Cattedrale. Encomiabile fu
l’opera del sig. Susco, che svolse con impegno
costante l’incarico conferitogli, allontanando
la paventata soluzione della chiusura della
chiesa, tanto cara alla religiosità del popolo
nicoterese . Dopo il suo decesso subentrò il
figlio Antonio, che attualmente, seguendo le
orme del padre, presta gratuitamente la sua cura
in virtù della sua profonda devozione al Santo.
Suo collaboratore è il sig. Carmine Pagano,
anch’egli molto devoto a S. Francesco. Dovuta
riconoscenza va espressa a don Sisto De Leo,
attuale celebrante che, seguendo la sua missione
sacerdotale, impiega la sua giornata quotidiana
a far rivivere nei fedeli la preziosa parola del
Vangelo, la luce ed il conforto di Dio. Il
Convento fu concesso in fitto nel 1985 al Ciso
Calabria. Da qualche anno anche il Ciso non
esplica nessuna attività. Quale sarà il futuro
di un patrimonio immobiliare di così tanto
valore ? Il parroco della Cattedrale don
Francesco Vardè e don Sisto De Leo, rettore del
Santuario, giuridicamente le figure più
rappresentative a cui sta a cuore il futuro del
complesso monastico, hanno costituito un
comitato pro S. Francesco nell’intento di potere
realizzare nella struttura esistente un’opera
altamente sociale.
[1] Nel marzo dell’anno 1464
alcuni cittadini di Milazzo, recatisi in
delegazione a Paola, chiesero al taumaturgo la
sua urgente presenza nella loro città.
Francesco, con Paolo da Paterno e Giovanni da S.
Lucido, il 30 marzo di quell’anno, intraprese a
piedi il viaggio alla volta di Catona (RC), ove
esisteva un porticciolo per l’imbarco di merci e
passeggeri verso la Sicilia. Nelle varie tappe,
Francesco sostò a Nicotera tra il 2 ed il 3
aprile; nella giornata del 3 aprile salpò su un’
imbarcazione dalla nostra Marina verso la punta
estrema dello stivale. La mattina del 4 aprile,
nel piccolo porto di Catona, stava per
veleggiare verso l’isola una grossa barca
affidata al comando di Pietro Coloso, a cui
Francesco chiese umilmente un passaggio “gratis”
per sé e per i due confratelli. Il capitano
rispose:“ senza sordi nò si ndi cantanu missi”.
Francesco si raccolse in preghiera, poi distese
il suo manto sulle acque, legò alla parte
superiore del suo bastone un lembo del mantello
(a modo di vela), si mise sopra con i due
confratelli (e forse anche con 9 viandanti ),
che rimasero aggrappati per tutto il tragitto
alla tonaca del Santo, e prese il largo tanto
velocemente verso Messina da sorpassare
l’imbarcazione del Coloso. Tra lo sbigottimento
di tutti e maggiormente dello stesso Coloso,
Francesco approdò sulla spiaggia del Santo
Sepolcro nei pressi di Messina. Il Coloso,
sbarcando allo stesso lido, corse da Francesco,
si inginocchiò e gli chiese di perdonarlo.
[2] Testamento del Rocca
stipulato in Nicotera dal notaio Agase Musco da
Salerno, in F. Adilardi op. cit. p. 96
[3] Diruto successivamente
dal terremoto del 1783 ( la stessa chiesa- già
denominata del SS. Rosario- fu notevolmente
lesionata), fu ricostruito sui vecchi ruderi nel
1820 dai Padri Conventuali Francescani d’Assisi,
Francesco Orecchia, Francesco Artusa, Francesco
Arena.
[4] F. Adilardi, op. cit. p.
96
[5] Una petizione di 13 frati
Paolotti , in data 29.1.1633, denunziò all’Ill.ma,
Ecc.ma Sig.ra Giovanna Ruffo 3a Principessa di
Sicilia e contessa di Sinopoli e Nicotera, lo
stato di insicurezza e di panico a cui era
sottoposto il Monastero ad opera dei banditi che
infestavano la zona. ( Doc. VI- “ In Nicotera
nei suoi archivi “ a cura di Ernesto Gligora,
pag 20, Editore Virgilio – Gioia Tauro, 1998 ).
[6] Una lapide, su lato
destro della chiesa, è stata scolpita a perenne
memoria. Dai quaderni custoditi nell’Archivio
Storico Vescovile di Nicotera, datati 1897 –1933
, si desume con quale pazienza certosina e
rigore morale il nostro benemerito concittadino
raccolse l’obolo dei fedeli, annotando date,
nomi e cifre.
[7] Gli altari in legno
pregiato sono opera del falegname capo d’arte
Nicola Corso da Badia di Nicotera. Le tavole di
noce locale vennero offerte a Fra Donato dalla
nobile famiglia del cav. Francesco Baratta.
[8]
I marmi sono opera dell’artista Gaglianò
Antonio.
[9] Il dipinto è stato realizzato dal
prof. Francesco Barbalace nell’anno 1958 . Le
anime purganti riprendono dal vivo persone del
luogo: Mileto Francesco, Barbalace Pasquale (
senior), Salvatore Zappia ed altri cittadini del
luogo.
[10] Il quadro che raffigura L’Immacolata
è stato realizzato dal pittore A. Montagnese,
nell’anno1980. Il piedistallo (‘a varetta), su
cui si porta la statua del Santo in processione,
è opera del capo d’arte Galasso Pasquale di
Domenico.
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