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La processione dell’8
dicembre è una delle più
originali e
spettacolari che si verificano nella nostra
regione
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LA PROCESSIONE dell’Immacolata che tutti gli
anni l’8 dicembre, si svolge nella marina di
Nicotera, è certamente una delle più originali,
appassionanti e “spettacolari” che si verificano
nella nostra regione. Il mito di fondazione
narra che una violenta tempesta, sul finire del
Settecento, aveva costretto l’equipaggio di una
piccola imbarcazione a liberarsi del carico che
trasportava per non affondare nel corso di una
violenta tempesta.
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I pescatori e il
racconto della cassa luminosa
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I pescatori raccontano ancora che un loro
antenato, dal rione “Palmenteri” nella zona
bassa di Nicotera, dove allora vivevano poche
persone dedite alla pesca e ai commerci via
mare, vede una cassa luminosa galleggiare
all’altezza dell’odierno rione Marinella.
Inizialmente pensa a un leggendario tesoro e
alla possibilità di arricchirsi. Chiama un suo
parente e con lui si dirige sulla spiaggia. I
due si accorgono che la cassa, trascinata dalle
forti correnti, si era ormai spostata dal punto
in cui l’avevano avvistata per avvicinarsi in
prossimità del Fosso. Con la collaborazione di
altri familiari recuperano la cassa nella quale
trovano la statua dell’Immacolata, oggi
collocata nell’omonima chiesa della marina di
Nicotera. Qualche tempo dopo il ritrovamento
della statua giungono a marina due signori che
si dichiarano proprietari della scultura e ne
chiedono la restituzione. Tuttavia non riescono
a spostare la statua dal piedistallo su cui i
pescatori avevano provveduto a sistemarla
all’interno della chiesetta dedicata
all’Annunziata, edificata nel 1755 nel luogo in
cui prima sorgeva un monastero di S. Francesco
d’Assisi. Come in molte altre aree del
Mezzogiorno e nei principali luoghi di culto
della regione è la Madonna a scegliere ed
indicare il luogo di fondazione di una chiesa o
del luogo di culto, secondo un modello
ampiamente presente in Calabria già nell’VIII
secolo, con l’arrivo della Madonna di Romania a
Tropea, ma adesso profondamente rinnovato, dopo
il Concilio di Trento. La marina di Nicotera, a
quanto pare, era stata abitata fin dal
Cinquecento da una colonia di spagnoli dediti
alla pesca delle spugne allora presenti in gran
quantità sui fondali della scogliera. Il culto
dell’Immacolata, che “sceglie il luogo”,
accompagna il trasferimento, in forma stabile,
di alcune famiglie di pescatori nei luoghi in
cui prima esistevano soltanto delle precarie
baracche nelle quali custodivano reti e attrezzi
di pesca. Nel 1819 gli abitanti della marina
sono ormai circa duecento; nel 1832 la chiesa
viene dedicata alla Madonna Immacolata. Si
affermano, lentamente, una ricca attività
peschiera e una cultura marinara. La processione
con la statua lignea dell’Immacolata, portata a
spalla da appartenenti alle diverse categorie
sociali, esce dalla chiesa parrocchiale. Dopo
aver percorso le strade interne dell’abitato,
giunge in via marina, e qui entrano in scena i
pescatori che, tra canti, preghiere, e ripetute
esclamazioni di “Evviva Maria”, prendono in
consegna la statua che trasportano fino alla
spiaggia. Giunti in riva al mar, si immergono
scalzi nell’acqua, bagnandosi fino alla cintola
e a volte alle spalle e alla testa, e percorrono
il tragitto, compiuto a suo tempo dalla cassa
con la statua della Madonna. I portantino
camminano dal luogo in cui è stata avvistata la
statua al luogo in cui è stata recuperata:
disposti sotto le stanghe che sostengono la
vara, vengono guidati da due timonieri,
sistemati uno a prua e uno a poppa di quella
“barca umana”, che debbono fare veleggiare
parallelamente al litorale. L’abilità dei
timonieri (due tra i più anziani ed esperti
pescatori) e dei portantini consiste nel non
fare subire alla statua , durante il percorso
nell’acqua, sbalzi o ribaltamenti. Portare la
Madonna è un privilegio che si eredita. Nella
festa e nella processione a mare hanno un ruolo
di primo piano i discendenti delle persone che
hanno avvistato e recuperato la statua. Quando,
dopo un tragitto di quasi trecento metri,
raggiunta la contrada Fosso, i pescatori escono
dall’acqua, attraverso un ampio arenile e
tornano in via marina, dove restituiscono la
statua ai “portantini di terra. Questi
percorrono le rimanenti vie del paese
riportandola statua in chiesa seguiti da una
folla festante, che precedentemente, dalla
spiaggia, dalle barche, dalle vie in prossimità
del mare, aveva seguito il corteo a mare
dell’Immacolata. I pescatori manifestano
l’orgoglio di essere protagonisti di un rito del
quale si riconosce tutta la comunità. Il mare
occultato e l’interno perduto. La recente
discesa (per ricerca di nuovi spazi da
coltivare, creazione di nuove attività, o a
seguito di catastrofi) lungo le coste (una volta
venute meno le incursioni turchesche e la
tirannia della malaria ) viene ricapitolata
simbolicamente, nel corso di tante altre
processioni a mare o in prossimità del mare.
Molti centri costieri (sul Tirreno Cannitello,
Palmi, Tropea, Vibo Marina, Paola, Cetraro,
Diamante e, sullo Ionio, Bianco, Guardavalle,
Noverato, Catanzaro Lido, Crotone, Cirò Marina,
Strangoli, Isola Capo Rizzuto, Torre Melissa,
Torretta di Crucoli, Cariati Marina, Trebisacce)
di antica data o sorti, lungo le coste, a
partire dal Settecento e anche negli ultimi
decenni, hanno le loro feste (la maggior parte
intitolate a Maria di Porto salvo) che d’estete
richiamano migliaia di devoti, emigrati,
turisti. Si tratta di riti che in qualche modo
raccontano lo sforzo di trasformare in “luoghi”
quelli che sono ancora dei “non luoghi” o dei
“non ancora luoghi”.
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Le processioni aiutano
a capire la storia
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Le processioni a mare, come, diversamente, le
feste nei paesi abbandonati, aiutano a capire
che anche da noi la storia, come scrive Augé,
continua a giocarsi “negli strati più profondi
di una sociologia in cui si accavallano elementi
pre-moderni, moderni e sovramoderni”. Tanti
piccolo percorsi processionali non stabiliscono,
sempre, dei collegamenti. Le “processioni
orizzontali” (non più verticali, come gli
antichi pellegrinaggi all’interno) lungo le
marine non creano rapporti significativi tra
paesi lungo le coste e nemmeno tra zone marine e
centri delle zone interne. I contrasti sembrano
inscritti, quasi naturali, originari,
nell’essere la regione, insieme, una terra di
mare e sul mare (con le coste calabresi si
distendono per 780 km e rappresentano circa il
19% del perimetro costiero della penisola
italiana) e nello stesso tempo regione, il cui
territorio, è costituito per il 42% da montagne,
il 49% da colline e soltanto il 9% è
pianeggiante. Nel corso della lunga storia (fin
dalla preistoria) le popolazioni hanno
privilegiato, per ragioni diverse, ora
l’interno, ora le marine. Il mare ha costituito
un luogo che ora appare ora dispare, ora si
nasconde ora riemerge, a seconda dei periodi
storici. Le immagini odierne, spesso patinate,
privilegiano la Calabria sole e mare, quella dei
porti di Ulisse e degli itinerari delle sirene,
ma non danno conto di nuove frammentazioni che
si sono create, di recente, all’interno del
nostro territorio. Il mare guadagnato (come
ricordano le processioni) resta per molti
aspetti ancora un territorio “perduto” e
“sacrificato”. Già nell’Ottocento il ritorno
lungo le coste non si era tradotto in economie
legate alla pesca e ai traffici. E’ oggi il
popolamento disordinato delle marine è avvenuto
all’insegna della devastazione. La violenza è
prevalsa, non di rado, sul sacro. Molti nuovi
agglomerati costieri, frutto di colate di
cemento che hanno distrutto spiagge e paesaggi,
le nuove abitazioni, edificate talvolta come
palafitte da moderni selvaggi, nascondono la
vista del mare e rendono, diversamente dal
passato, precario ed incerto il rapporto
dell’uomo con un mare soltanto apparentemente
conquistato.
Le coste calabresi con le
abitazioni nuove, senza intonaco, con i pilastri
nudi di cemento, sono il lungo esemplare del non
finito dei nostri giorni, delle rovine post
moderne. Una “terra senza mare” è diventata “un
mare senza terra”. Il “deserto” dalle marine è
stato spostato all’interno. La Calabria, a
dispetto delle tante retoriche identitarie,
continua a non essere pensata e progettata come
un’unità all’interno della quale sia gli
ottocento chilometri di costa sia il novanta per
cento di territorio montano e collinare possano
trovare un intenso, fecondo, inedito dialogo. La
questione non è facile. Richiede convinta
affermazione di un diverso modello di sviluppo,
di una nuova cultura dell’ambiente, di una nuova
filosofia dello spazio. Non bisogna pensare più
a una terra di mare o di montagna . Le zone
lungo le fasce collinari avrebbero la vocazione
di stabilire raccordi, legami, incontri,
mediazioni, riguadagnando una nuova centralità.
Bisognerebbe fare un percorso inverso a quello
finora compiuto: non più una discesa scomposta,
disordinata, violenta verso le marine, ma una
risalita attenta, paziente, nuova verso le zone
collinari, verso i paesi dell’interno, la
montagna. Se prima è stato “necessario”
scendere, adesso bisogna restare e camminare,
fondare luoghi vivibili da collegare con altri
luoghi, in abbandono. Non si propone un
nostalgico ritorno al passato, ma la riscoperta,
con occhio nuovo, di antichi luoghi, che
custodiscono insieme all’anima profonda e alla
memoria antica della Calabria, tesori
ambientali, artistici, culturali che andrebbero
considerati come la nuova grande opportunità,
non solo economica, delle popolazioni. Il “luogo
Calabria” va rifondato, riguadagnato, come
un’unità, che collega tante diversità, non
lasciato come tante isole, magari abbandonate,
che non trovano mai un legame e una centralità.
La processione di Nicotera, con l’Immacolata che
“cammina”, sospesa tra spiaggia ed acqua, tra
terra e mare, sembra ricordare questa esigenza.
“il Quotidiano della Calabria”
Mercoledì 8 dicembre 2004
- pag. 49 -
Cultura & Spettacoli
IL SENTIMENTO DEI LUOGHI
Il mare guadagnato di Nicotera
di Vito Teti |