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Il rito, ormai secolare, conserva intatto il
fascino degli avvenimenti che parlano
direttamente al cuore. Sicché, anche se non
riserva alcuna novità, anche quest’anno, in
occasione della ricorrenza festiva
dell’Immacolata, Marina di Nicotera diventerà
meta obbligata per diverse migliaia di fedeli
che, provenienti da tutti i centri
dell’entroterra, vogliono partecipare a quel
tripudio di fede che spinge i pescatori locali a
portare in mare la statua lignea della Madonna.
La pittoresca processione è sicuramente unica
nel suo genere. Ciò sia per le modalità che la
caratterizzano, sia per le motivazioni che
l’hanno generata. Inoltre quel lungo ed ordinato
corteo, nella profonda e mistica partecipazione
dei fedeli, dà vita ad un suggestivo e singolare
spettacolo che, spontaneo, ha ragione nella
profonda devozione dei pescatori nicoteresi.
Sono proprio loro, infatti, che ogni anno, quali
che siano le condizioni del mare, immergendosi
nelle acque gelide fin oltre la cintola, portano
la Madonna in processione per un lungo tratto di
litorale mentre, in acqua, fanno corona alla
Statua numerose barche e, sulla terra, diverse
migliaia di fedeli, alzando canti alla Vergine,
seguono la processione camminando sull’ampia
spiaggia o sulla parallela via marina. La
tradizione è antichissima e trae origine dal
casuale ritrovamento in acqua della bella
scultura. Si racconta, infatti, che proprio la
Statua dell’Immacolata che i pescatori
nicoteresi portano in processione, sia stata
pescata nello specchio di mare antistante
l’attuale abitato. All’epoca del ritrovamento
della scultura non esisteva ancora il paese. Ciò
anche se, come sembra, ancora prima la “marina”
era stata abituata da una colonia di spagnoli
dediti alla pesca delle spugne che in gran
quantità si trovavano sui fondali della
scogliera. La zona era immersa nel verde della
campagna. solo in prossimità dell’arenile
sorgevano poche rustiche baracche di frasche
nelle quali i pescatori custodivano le reti ed i
vari attrezzi necessari all’esercito della
pesca. I marinai nicoteresi, all’epoca,
abitavano il rione “Palmenteri” che, abbarbicato
sulla collina di granito ed aprendosi come un
gran balcone sul mare, consentiva loro di tenere
costantemente sotto controllo l’ampio golfo
delimitato dal promontorio di Capo Vaticano e
dal pittoresco S. Elia di Palmi. Da questo rione
collinare, che si apre ad uno stupendo scenario
naturale, i pescatori potevano facilmente
spaziare con lo sguardo fin nelle dirimpettaie
isole Eolie. Una mattina di quasi due secoli
addietro, dunque, mentre da “Palmenteri”
scrutava il mare, che dopo alcuni giorni di
tempesta cominciava a rabbonirsi, un pescatore
si accorse che all’altezza dell’odierno rione
“marinella” c’era qualcosa che galleggiava.
Incuriosito guardò con attenzione: era una cassa
di grandi dimensioni. “Ci sarà un tesoro” –
pensò l’avvistatore e, insieme ad un suo
parente, si affrettò ad imboccare lo stretto
sentiero che, tracciato tra enormi massi di
granito, conduceva (così come ancora oggi
conduce) alla tranquilla borgata marinara.
L’episodio, in maniera scarna e con la
semplicità che caratterizza i racconti popolari,
ci è stato ricostruito dal sig. Giovanni Di
Capua che, fattoci conoscere dal prof. Saverio
Pagano, oltre ad essere il più anziano pescatore
di Nicotera è diretto discendente
dell’avvistatore della preziosa cassa. Per
questo sin dalla più tenera età, dalla viva voce
del nonno, che a sua volta li aveva appresi
dall’avo suo, ha conosciuto i particolari del
ritrovamento della bella Madonna. D’altra parte
del fortuito recupero della statua, ancora oggi
sia “i Rinaldi” (soprannome col quale sono
conosciuti i componenti della famiglia Di Capua)
che gli “Sguizzeri” (nomignolo attribuito ai
componenti della famiglia Saladino) vanno
orgogliosi. Furono i giovani Di Capua insieme ai
coetanei e parenti Saladino, infatti, gli autori
dell’importante ma assai casuale recupero della
cassa contenente la bella scultura della
Madonna. Racconta Giovanni Di Capua : “il mio
avo avvistò la cassa mentre, sballottata dalle
onde, galleggiava nelle acque antistanti
l’attuale “marineja” (“marinella”). Pensò al
leggendario tesoro dei pirati ed alla
possibilità di arricchire. Ma non essendo
egoista chiamò uno “degli Sguizzeri” (vicini di
casa oltre che parenti) e insieme a lui, di
corsa, scese in marina. Giunti sul litorale,
però, i due giovani si accorsero che la cassa,
spinta dalle forti correnti, si era spostata di
parecchio tanto che, galleggiando, era arrivata
fino in prossimità del “Fosso”. Fu proprio qui
che il mio antenato e l’amico saladini, -
precisa l’anziano Di Capua – con la
collaborazione di alcuni familiari che nel
frattempo erano accorsi in loro aiuto, poterono
recuperare la misteriosa cassa.” In sostanza, la
processione in mare, ogni anno, ripercorre lo
stesso tragitto che la statua lignea della
Madonna, sotto la spinta delle correnti, ha
compiuto quel lontano mattino spostandosi dal
punto dove è stata avvistata fino a quello dove
venne recuperata e portata sulla spiaggia. E’ un
rito che i pescatori locali, portando sulle
spalle l’Immacolata con devozione profonda,
compiono ormai da moltissimi anni, sia per
ricordare il ritrovamento della statua sia
perché, così facendo, vogliono esternare la loro
profonda devozione alla Madre Santissima.
Disposti sotto le “stanghe” che fuoriescono dal
piedistallo – la “vara” – a cui poter essere
portata in processione è necessario fissare la
statua, i portatori si lasciano guidare dai due
timonieri che, sistemati uno a prua l’altro a
poppa di quell’umana imbarcazione, riescono a
farla “veleggiare” parallelamente al litorale.
Sta all’abilità ed alla maestria dei timonieri
(due tra i più anziani ed esperti pescatori) se
la statua, durante la processione in acqua, non
subisce sbalzi, non registra strattoni o,
peggio, non pencola. Nessuno si improvvisa
portatore anche se non sono in molti ad aspirare
a diventarlo. Ma sotto il piedistallo della
Madonna si arriva per eredità. Sicché quasi
sempre è il figlio ad occupare il posto che per
anni fu del padre, e ancora prima, del nonno.
Per consuetudine secolare i pescatori portano in
processione la Madonna solo in mare. Sulla terra
ferma, invece, se ne occupano altre categorie
sociali. Infatti l’Immacolata lascia la omonima
parrocchiale sulle spalle di fedeli e di
cittadini che svolgono una qualsiasi attività
lavorativa sulla terra ferma. Soltanto quando la
processione, dopo aver attraversato diverse
strade interne, giunge in via marina si fanno
avanti i pescatori e, tra scoppi di mortaretti,
canti, preghiere e ripetuti “evviva Maria”,
prendono in consegna la statua per portarla in
acqua e ripetere, così, quel rito di fede e di
profonda devozione che ha spinto tutta la gente
di mare di Nicotera ad eleggere a sua
Protettrice l’Immacolata Concezione. Quando la
bella statua, dopo un tragitto in acqua di
diverse centinaia di metri, raggiunge l’altezza
di contrada “Fosso” i pescatori lasciano il mare
e attraversando l’ampio arenile, tornano in via
marina. Qui il parroco, dopo che la Madonna
viene riaffilata ai “portatori di terra” e prima
che la processione percorrendo le rimanenti vie
del paese, rientri in chiesa, pronuncia il
solenne panegirico di lodi alla Vergine
Immacolata. “La festa è nostra – sostiene
l’anziano sig. Di Capua – e dei pescatori è
anche la statua. Fino a qualche decennio
addietro per garantire il sostentamento della
chiesa ogni pescatore doveva versare al Parroco
il corrispettivo del quarto del pescato. Ora non
più. I giovani pescatori, infatti, a seguito del
loro mancato inserimento nel comitato dei
festeggiamenti, interrompendo una tradizione
secolare, circa 25 anni addietro si sono
rifiutati di continuare a versare quel
contributo. Non si è mai interrotta, invece, la
tradizione della processione a mare. Quella –
conclude il vecchio e loquace pescatore – finirà
quando in Marina non ci sarà un solo uomo di
mare o un solo uomo di Fede”. Secondo il
racconto del sig. Di Capua, il ritrovamento
della statua dell’Immacolata a Nicotera non è il
solo registrato in quei giorni. Pare, infatti,
che nello stesso periodo altre “Madonne” siano
state pescate a Bagnara, a Santa Maria di Ricadi
(Capo Vaticano) a Villa San Giovanni, a Tropea e
sulla spiaggia dell’odierna San Ferdinando. E’
probabile, dunque, che qualche bottega d’arte
napoletana, servendosi dello stesso veliero,
abbia contemporaneamente indirizzato a chiese e
conventi calabresi e siciliani diverse sculture.
Giunta nella stretto di Messina, però,
l’imbarcazione si sarebbe imbattuta in un
fortunale così violento da mandarla alla deriva
facendole perdere l’intero carico. Le correnti
marine, poi, avrebbero provveduto al resto
facendo prendere direzioni diverse a quelle
casse che, in seguito, sono state fortunatamente
avvistate e salvate da pescatori di varie
località. Per quanto attiene la statua
dell’Immacolata di Nicotera pare che alcuni mesi
dopo il suo ritrovamento siano giunti in Marina
due signori i quali, dichiarandosi legittimi
proprietari, pretendevano la restituzione della
scultura. Stando al racconto popolare, però, non
riuscirono a smuoverla dal piedistallo su cui i
pescatori del luogo avevano provveduto a
sistemarla all’interno della chiesetta che, -
come si rileva dalle “Relaziones ad limina” del
1755 – “diruta la chiesa del monastero di san
Francesco d’Assisi dove gli abitanti del luogo
solevano ascoltare la messa”, su iniziativa del
Vescovo Mons. Francesco Franco fu edificata “per
dare il comodo della Messa ai cittadini” che
cominciavano ad abitare il villaggio marinaro.
Bisogna, però aspettare il1819 perché gli
abitanti della “Marina” raggiungano le 200
unità. Naturale, dunque, che le risorse
economiche di quella chiesa fossero assai
scarse. Per questo quando, a seguito del
“flagello2 del 1783, il Marchese di Fuscaldo fu
nominato Vicario generale in Calabria, le
assegnò la rendita della soppressa parrocchia di
Motta Filocastro e, contemporaneamente, nominò
un economo che ebbe la cura spirituale di quella
comunità fino a quando, il 27 settembre del
1834, il Vescovo Mons. Michelangelo Franchini
non elevò la chiesa a parrocchia. Nel frattempo,
però, come si rileva da una iscrizione marmorea,
nel 1800 il sacerdote nicoterese Giovanni de
Luca ricostruì la chiesa e, poi, nel 1832 la
completò del nuovo altare. Fino al 1832 il
tempio era dedicato all’Annunziata. Il cambio di
denominazione della chiesa è stato determinato
sia dal fatto che il ritrovamento della statua
dell’Immacolata da tutti i nicoteresi è stato
interpretato come un segno della volontà divina
sia dalla unanime disponibilità dei pescatori al
mantenimento del parroco. In un documento della
Curia Vescovile, in cui viene ricordata la
“bolla di fondazione” della parrocchia, si
legge, infatti, che fin dai tempi della sua
istituzione “i padroni di barca di Marina si
sono obbligati a somministrare in perpetuo
all’arciprete pro tempore una annua prestazione
denominata “quarta” del pescato.” Come si è
detto, tale convenzione è stata scrupolosamente
osservata fino ad alcuni lustri addietro da
tutti i proprietari di barche. Essi erano
convinti che, così facendo, la loro pietà e il
loro culto verso la Gran Madre di Dio sotto il
titolo dell’Immacolata sarebbero stati una
valida protezione ed una sicura difesa per loro
e per le loro famiglie. E poiché i proprietari
di barche e, nel loro piccolo, anche i semplici
pescatori, con le loro prestazioni hanno
validamente contribuito alla sviluppo della
Chiesa ed all’onesto sostentamento
dell’Arciprete pro tempore, hanno meritato un
trattamento di favore godendo di particolari
diritti. A questi ultimi faceva esplicito
riferimento Giovanni Di Capua allorché, insieme
all’altro pescatore anziano Francesco Tripodi,
riferiva che, in virtù di uno “strumento” (atto
notarile) sottoscritto dal parroco del tempo,
dai proprietari di barche e dai semplici
pescatori, “i padroni di barca e le loro
rispettive mogli, in caso di morte avevano
diritto ad un solenne funerale gratuito. In
particolare avevano diritto a quattro rintocchi
di campana a morto, (il primo dei quali per
annunciare l’avvenuto decesso),
all’accompagnamento con croce d’argento e
confraternita ed all’accompagnamento da parte
dell’arciprete fino al cimitero.” Diverso il
trattamento per i pescatori che, sforniti di
barca propria, prestavano la loro opera per
conto terzi. Poiché anche essi contribuivano al
mantenimento della parrocchia, comunque,
“avevano diritto ad un solo rintocco di campana
a morto per annunciare il decesso e ad un altro
al momento del trasporto del cadavere dalla casa
in chiesa. Avevano anche diritto alla Messa
funebre solenne.” Nel “Concordato” era precisato
pure che l’arciprete, la domenica e nei giorni
di festa, era obbligato ad “aspettare che tutte
le barche fossero tornate dalla pesca, prima di
celebrare la Santa Messa. Ciò al fine di
assicurare a tutti i pescatori la possibilità di
partecipare al sacro rito”. Dall’ammontare della
“quarta” che i singoli padroni di barche avevano
accantonato nel corso dell’intero anno e avevano
offerto alla chiesa, il parroco era tenuto a
dare pubblica comunicazione ai fedeli durante la
messa “cantata” dell’otto dicembre. * * * Oggi,
tra la gente di mare di Nicotera la “quarta” e i
“diritti di campana” sono solo un ricordo.
Continua, invece, ad essere concreta realtà la
processione a mare dell’otto dicembre. Tutto ciò
perché fulgida e salda è la venerazione per la
Madonna dell’Immacolata che, con immutata Fede,
i pescatori di questo incantevole lembo di
Calabria seguitano a festeggiare come loro
Protettrice. E in un’epoca in cui sembra che gli
uomini hanno smarrito la via dei valori, notare
che i giovani che partecipano alla suggestiva
processione nicoterese sono sempre più numerosi,
è la concreta dimostrazione che l’umanità, in
ogni tempo, per sentirsi pienamente realizzata,
ha soprattutto bisogno di soddisfare le sue
esigenze spirituali.
Umberto di Stilo |